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martedì 23 luglio 2013

Alcuni sono altari

Non tutti i posti sono Luoghi.
Cos’è che rende un posto un Luogo?
Ci sono alberi che sono luoghi, ci sono mani che sono luoghi,ci sono occhi che sono luoghi, alcune strade sono luoghi. Una parola può essere un luogo, un odore può essere un luogo.
Il Luogo ha una dignità e alcune piccolissime qualità precise come una lama.
Il Luogo è qualcosa che viene illuminato dallo sguardo, edificato dall’attenzione.
Un luogo è sempre in se un uovo,un fiore. Un Luogo è sempre pronto a schiudersi.
Ma anche a fare resistenza.
Il silenzio può essere un Luogo.
Possiamo creare Luoghi ovunque. Anche un sogno può essere un Luogo.
Bisogna creare Luoghi. Con lo sguardo si fa. Con lo stare. Con la presenza.
Bisogna creare Luoghi perché ne abbiamo bisogno per fermarci, per riposare, per stare, per guardarci, per capire.
Il Luogo ti consegna qualcosa, ti offre una possibilità. Sempre.
Anche solo la possibilità di essere in un Luogo, capire dove sei. Di partire da lì per un altrove. Non c’è altrove se non so dove mi trovo. Non c’è scampo.
Alcuni Luoghi possono tornare ad essere posti. Per un fallimento collettivo dello sguardo.
La sensazione è molto cruda ma sottile, quando ci torniamo dopo tanto tempo, o a volte anche solo dopo un tempo piccolo. Si sono spogliati, scorticati, sono stati succhiati fino all’osso, fino alla polvere.
E quello che era un Luogo è tornato ad essere un posto. Solo un posto.
Bisogna creare luoghi per poterli attraversare. Bisogna creare Luoghi attraversandoli.
Ci sono Luoghi piccolissimi, anche di un centimetro, anche di qualche millimetro. Microscopici precipizi.E microscopiche strade di qualche millimetro,non di più. Io le ho viste.
Quelli sono Luoghi di pasaggio, dove accade una differenza, dove si varca una soglia che divide due universi contrapposti.
Alcuni Luoghi sono soglie. Altri Luoghi sono pozzi. Alcuni Luoghi sono dei trampolini per l’alto, per il volo. Alcuni sono altari. Dove si consumano invisibili rituali di passaggio.
Ci sono dei pezzi di cielo che sono luoghi.
Il Luogo viene inseminato dallo sguardo, viene fecondato dall’osservazione. E in quel momento il posto diventa Luogo.
Bisogna impollinare i posti con lo sguardo. Col sentire, con l’attenzione profonda. Col partecipare delle ossa all’aria. Col fremere del sangue che spinge la luce agli occhi. Tendendo verso quel precipizio che è l’infinito.
Bisogna fecondare i posti con lo sguardo, con dentro il cuore, con dentro i passi. Con il respiro, perché quei posti piccolissimi inseminati e fecondati possano diventare Luoghi.
La nostra vita passata è in fondo una geografia dei Luoghi.Una mappa degli spazi che ho guardato.
Un Luogo è la realtà che si spacca, che apre una crepa, slarga un taglio, una fenditura.
E in qulla crepa entra lo Sguardo, entra la percezione, entra il sentire, che si insinua e si fa strada dentro, fino al sacro. E se ne nutre, lo succhia come un colibrì con un fiore.
Un Luogo si sbuccia
Ci sono cani che sono Luoghi, farfalle, impronte, che sono luoghi, cocci, angoli dei vicoli.
Ho visto Luoghi anche su un letto, anche sotto un letto. In un gabinetto e anche su un lavandino.
Ci sono pozzanghere che sono Luoghi. Ci sono posti che diventano Luoghi dopo la pioggia. Dopo un temporale. O solo per il tempo agghiacciante di un lampo.
Ci sono ombre che sono Luoghi. Anche la morte è un Luogo. L’occhio di un cavallo o di una mucca. L’ingresso di un formicaio, anche se non lo guardi. Anche se non lo sappiamo. Il guscio casa di una lumaca è un Luogo. Dove la lumaca sogna, e crea altri luoghi.
I Luoghi pulsano anche al buio.
I Luoghi Parlano. Scrivono nel corpo. Consegnano un pezzo di qualcosa.
Nei Luoghi si prega senza accorgersene. Nei Luoghi tutto prega, anche i sassi, anche la terra sbriciolata, anche una forchetta o un paio d’occhiali pregano.
Per tenere unito qualcosa di grandioso che non so nominare.
Il Luogo si fa preghiera e trascina dentro un gorgo. Appena chiediamo apre la porta, ed è lo Sguardo la formula magica, il segreto.
Lo sguardo è la preghiera che apre senza chiedere.
Ci sono nomi che sono Luoghi e tantissimi Luoghi che non hanno un nome. Non cel’hanno mai avuto un nome. I Luoghi hanno sempre la strana capacità di essere sempre nella giusta distanza fra loro. Una settimana di cammino. Un mese di vita. Una notte.
Il vento è un luogo.

venerdì 28 giugno 2013

Dì tutta la verità, ma dilla obliqua

C’è una certa inclinazione di luce,
i pomeriggi d’inverno
che opprime, come il peso
di musiche di cattedrale.
Una ferita celeste, ci apporta;
non ne troviamo cicatrice,
ma una interna differenza,
dove stanno i significati.
Nessuno può insegnarla altrui
è il sigillo la disperazione
un’imperiale afflizione
inviataci dall’aria.
Quando viene, il paesaggio ascolta
le ombre trattengono il fiato;
quando va, è come la distanza
nell’aspetto della morte.
Questa poesia della Dickinson mi accompagna da tanti tanti anni. C’è qualcosa che sento di assoluta verità, quella verità che non si può nominare, svelare, ma che la combinazione di certe parole riesce a far toccare per un attimo. Una formula magica.
La luce obliqua della palestra. La luce inclinata dell’alba. La luce piegata del tramonto sul campo incolto. La pendenza di un corpo che scende, che si immerge ad incontrare la terra. Millimetriche catastrofi.
Qualcosa accade laddove l’occhio ha il suo limite. Al margine dell’inquadratura. Dov’è fuori fuoco e senza puntamento. Qualcosa che guardo col bianco dell’occhio, con le tempie.
Qualcosa, molte cose, ho visto accadere dove nessuno guardava, neanche io. Nelle ombre.
Molto vicino alle ombre. Sotto la spinta delle ombre.
Le forme si allungano e i contorni si mutano e quella forma che si storce e si disarticola mi sposta qualcosa dentro. Non so dargli nome. Non so dare i nomi. Ma le mie ossa registrano un cambiamento.
Non voglio dare i nomi, disinnescatemi. Per un piccolo tempo dimentico la mia lingua e i suoi inganni.
Ecco, è il passaggio doloroso. Ecco, è la formula magica senza le parole.
Il mio cuore apre la bocca e aspetta.
La luce cambia me. Cambia gli spazi in me. Scardina i perimetri e slarga. Scricchiola tutto dentro.
Il vento raccoglie il nord e lo sovrappone al sud. Intrattiene gli alberi.
Una ferita celeste si apre. Nessun nome vale più. Morti tutti gli aggettivi. Cambiano i significati. La tettonica delle sensazioni.
Il mio cuore apre la bocca e aspetta, ma non sa nominare, non è capace di pronunciare alcunché.
Certi uccelli sono fiamme. C’è un segreto nei colori, un codice tutt’intorno che mi strappa alla mortalità.
Maestosa afflizione. Un silenzio imponente mi digerisce. Mi grazia all’ultimo istante con una foglia che scrocchia, con un uccello lontano che chiama l’allarme all’invisibile. Allarme grida. Qualcuno sta forzando le porte. Mi hanno scoperto, sto ascoltando la formula magica.
Posso varcare la soglia? Non voglio portare via niente, lo giuro. Non ho neanche più i nomi delle cose, sono innocua.
Quell’inclinazione paradossalmente raddrizza. Il giusto sbieco. Quell’inclinazione apre un varco piccolissimo. Un minuscolo squarcio dell’aria.
Vedo nel sasso la capacità di volo.
Vedo nell’albero il modo più saggio di esistere.
Vedo le radici che fanno l’amore con la terra.
Vedo nell’ acqua la voglia di diventare vapore. Per poi desiderare di tornare Acqua.
Sento il trillo melodiosissimo dei fiori, la felicità caotica dei moscerini.
Che intimità. Non so portare questo segreto. Fa che io dimentichi la porta d’accesso. Che io debba caderci di nuovo passando fuori  fuoco. Che io non sappia mai dare un nome ma sappia solo ascoltarne la musica. Che io non pronunci la parola –io, tracciando un confine.
Che dopo essere tornata io non possa mai raccontarne, se non come cicatrice dentro i miei occhi. Se non come un buco dentro il respiro. Se non come sangue più acceso. E da lì esca ancora l’inclinazione di quella luce e le virtù segrete dei colori.